Black Label Society @ Alcatraz

Ieri sera (1/dic/08) mi sono imbottigliato nel traffico milanese, accentuato dall’ ennesimo sciopero dei mezzi pubblici, per raggiungere il noto Alcatraz, locale dove ha fatto tappa l’unica data italiana dei Black Label Society guidati dall’ ormai leggendario Zakk Wylde. Il biondo chitarrista non è di certo il tipo che potrebbe deludere il suo pubblico e ha offerto uno spettacolo condito con tutto ciò che ci si può aspettare da lui: assoli urlanti e velocissimi sulle sue Gibson, birra a fiumi, sputi, sudore, cantato da redneck, segno della croce alla fine di ogni brano e tanta, tanta passione per quello che fa. Una cosa è certa: questo gigante barbuto dall’ aspetto a metà strada tra un vichingo e un motociclista, nonostante passino gli anni, non si è mai dimenticato di essere stato un benzinaio diciannovenne della provincia americana a cui è stata cambiata la vita per sempre da una musicassetta contenente qualche sua schitarrata, recapitata nella cassetta della posta di un certo signor Osbourne. Quando si siede al pianoforte infatti non manca nemmeno questa volta di ringraziare Ozzy e la sua famiglia e Dio per avergli dato il talento e la possibilità di poter fare tutto ciò. La band lo segue degnamente ma è inutile negare che il vero mattatore su cui sono puntati gli occhi di tutti è lui che facendo volteggiare i lunghissimi capelli al vento, non ci fa mancare nemmeno i classici assoli suonati con la chitarra dietro la testa o con i denti, lasciandoci tornare a casa soddisfatti e con le orecchie assordate dal suo suono ultradistorto e tagliente. Genuino come il latte. O come la birra direbbe lui.

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